Orso Bruno Marsicano, intervista a Marco Novelli

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Ciao Marco piacere di conoscerti, ti puoi presentare ai lettori?

Ciao Giacomo, mi chiamo Marco Novelli, sono originario di Roma ma per lavoro, ormai da molti anni, vivo in provincia di Firenze. Faccio parte di un’articolazione della Guardia di finanza specializzata in reati contro la P.A, quindi sprechi di denaro pubblico ma anche contrasto ai danni ambientali che, anche se non immediatamente monetizzabili, sono altrettanto gravi per la collettività.

Collabora, a titolo volontario, in diversi progetti di monitoraggio faunistico in Appennino, con Enti gestori di aree protette, istituti universitari e ATC. Sono nel Consiglio Direttivo di “Canislupus Italia Onlus” e vicepresidente dell’Associazione “Amici del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi Monte Falterona Campigna”.

Da quando ti occupi di fotografia naturalistica e fototrappolaggio?

Per me la fotografia naturalistica è stata una logica conseguenza dei miei interessi in campo faunistico. Nel 1980 (sigh!) neppure maggiorenne, mia nonna mi regalò una reflex, alla quale, grazie a piccoli lavori estivi, riuscii ad abbinare un Kenlock 500mm/5.6. Ricordo che lo pagai 150.000 lire, non poco per l’epoca.

L’inizio quindi lo ricordo come frutto di sacrifici anche economici, ma la passione per la “caccia” fotografica era già tanta. Seguirono gli acquisti, classici, uno zoom tuttofare e un macro, sempre di categorie economiche. Erano ovviamente attrezzature che, tecnicamente e non solo, nulla hanno a che vedere con le attuali, ma che comunque mi hanno consentito di ottenere, all’inizio, qualche soddisfazione, oltre ai tanti insuccessi.

Questo primo approccio per cosi dire “materiale”, è stato sempre accompagnato, e lo è tutt’ora, da un continuo aggiornamento sulle tematiche ambientali e in particolare faunistiche, iniziate con i documentari di “Fauna Iberica” di De La Fuente e le prime storiche pubblicazioni di Tassi e di Boitani (solo per fare qualche nome) che nella società dell’epoca contribuirono al cambio di mentalità a proposito del modo di considerare quelli che oggi definiamo i “grandi carnivori”. Infine, tutte le volte che mi è possibile, cerco di partecipare ai Convegni adesso anche a distanza. In definitiva, le mie due passioni marciano parallele: la fotografia naturalistica e lo studio degli animali selvatici.

Ritengo che la conoscenza dell’ecologia, degli habitat, delle specie viventi sia fondamentale, a prescindere dalle motivazioni per le quali ognuno di noi si sia avvicinato alla pratica della fotografia naturalistica. L’unico dogma che seguo ed al quale non derogo mai, è limitare al minimo, per quanto possibile, l’interferenza con il soggetto fotografato. In sostanza, è importante arrivare a capire sempre quando sia il caso di rinunciare ad uno scatto che, almeno per me, non vale mai di più di un soggetto che poi fugge allarmato.

Per quanto concerne la tecnica del fototrappolaggio, invece, questo è stato un incontro più recente, per ovvi motivi, anche se ormai si parla comunque di circa 20 anni dall’acquisto della mia prima fototrappola. Anche qui l’evoluzione delle attrezzature ha fatto passi da gigante. Di questo approccio devo riconoscere il merito a Duccio Berzi, uno dei pionieri di questa metodologia di ripresa della fauna, conosciuto nei primi anni 90, essendo lui referente per le pubbliche amministrazioni locali per lo studio dei primi lupi che all’epoca riguadagnavano territorio qui in Toscana.

Con Duccio mi lega una profonda amicizia e scambio di esperienze anche in materia di impiego di fototrappole. Questa tecnica, lo sai meglio di me, è nata inizialmente per fini di studio ma oggi è anche un’attività amatoriale, molto diffusa, con tutte le implicazioni di carattere etico anche normativo delle quali, inevitabilmente, stante la diffusione del fenomeno, dovremo tenere conto.

Credo però che sia universalmente riconosciuto al fototrappolaggio, anche a fini amatoriali, il merito di aver consentito di rilevare presenze faunistiche (mammiferi) che difficilmente sarebbe stato possibile accertare sul territorio con le metodologie classiche, almeno non in tempi cosi rapidi. Penso ad esempio alla lontra, allo sciacallo dorato o, di recente, al castoro.

Come hai conosciuto l’Orso Marsicano?

Per quanto riguarda l’Orso marsicano è difficile per me dirti come o quando l’abbia “conosciuto”, nel senso che per me l’orso d’Abruzzo ha sempre fatto parte della mia vita. Per parte materna sono originario di uno dei paesi dell’Alto Sangro, compreso nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo sin dalla sua istituzione, quasi 100 anni fa. Nonno e zii svolgevano attività agrarie e di allevamento ovino, attività che sino a tutti gli anni 80, erano prevalenti sulle montagne della zona. Nelle mie frequenti visite, da bambino, “li ho stressati”, per usare un termine moderno, nelle serate estive, chiedendo sempre di raccontare di incontri con orsi e lupi. Non saprei dirti la ragione, ma tutto è partito cosi.

Di seguito, per coincidenze anagrafiche, mi sono ritrovato a frequentare il Parco d’Abruzzo durante il periodo di cambio di rotta per quanto ha riguardato la sua gestione. Infatti, dagli anni 70 in poi, ho seguito, nel mio piccolo, le battaglie ambientaliste e i successi della nuova Direzione per salvare quello che oggi ancora possiamo definire Parco e senza il quale difficilmente ora potremmo parlare di orso marsicano. Ho seguito le “vecchie” Guardie del Parco e i Forestali del CFS che ho avuto il privilegio di conoscere negli anni, dai quali ho appreso molto, oltre ai vari studiosi e professionisti che si sono occupati e che ancora si occupano di questa specie animale unica. Da tutti ho appreso molto e ancora cerco di apprendere.

E’ indubbiamente una specie iconica, direi un simbolo non solo per il PNALM, nei cui Centri tutto, dai bar ai negozi di souvenir o alle strutture ricettive riporta a questa presenza sulle montagne circostanti. Ricordiamo poi che, non a caso, gli esperti definiscono l’orso bruno una “specie ombrello”, perché proteggendo l’habitat dove esso vive si protegge, a cascata, un intero ecosistema, quello dell’Appennino Centrale, riconosciuto di pregevole interesse a livello internazionale.

Orso Marsicano
Orso Marsicano o Ursus Arctos marsicanus

Parliamo dell’Orso Marsicano o Ursus Arctos marsicanus…

L’orso marsicano, così classificato da Altobello nel 1921, per la sua distribuzione geografica, già all’epoca circoscritta all’Abruzzo interno, in realtà sino a pochi secoli fa viveva su buona parte dell’Appennino, compreso quello meridionale. Nel tempo i conflitti con l’uomo e le sue attività agropastorali ne hanno determinato l’estinzione su buona parte dell’areale. Agli inizi del 1800 già la situazione era molto compromessa.

Probabilmente si deve all’esistenza di antiche Riserve Reali di caccia nell’Alto Sangro unitamente alla morfologia del territorio se la specie si è conservata proprio li, come il camoscio appenninico del resto. La separazione dalla popolazione alpina (e quindi balcanica) risale a circa 600 anni. Questo ampio lasso temporale ha portato ad un isolamento della popolazione che nel tempo, con la contrazione di areale e del numero di individui, ha determinato il “fissarsi” di determinate caratteristiche fenotipiche e genetiche del marsicanus, ancora in corso di approfondimenti e discussioni tra gli addetti ai lavori, ma che lo rendono, secondo gli orientamenti ad oggi prevalenti, distinto dalla specie nominale ursus arctos a..

Insomma, di sicuro non è un orso europeo qualunque ed ogni esemplare, con il suo potenziale contributo genetico, è pertanto preziosissimo.

Presenza sul territorio nazionale e consistenza…

Attualmente la presenza dell’orso marsicano sul territorio nazionale è ancora circoscritta, essenzialmente, all’areale del parco nazionale d’Abruzzo e zona di protezione esterna, che conserva la core area della specie, con la quasi totalità delle femmine riproduttive.

Recentemente, con l’estendersi delle attività di monitoraggio poste in essere dalle varie istituzioni, ma soprattutto dalle aree protette di Abruzzo e Lazio, sembra che la specie stia consolidando la sua presenza nell’areale della Maiella, dove è sempre esistito, e verso gli areali degli Ernici Simbruini laziali e del Velino Sirente aquilano, dove da molti anni ci sono individui esploratori in dispersione ma ancora sono rarissime le riproduzioni accertate. Solo queste rappresenterebbero un dato decisivo dell’espansione dell’areale.

Sporadiche segnalazioni provengono anche da zone ancora più distanti, ma sono poco significative ai fini della salvaguardia della popolazione. Le più recenti stime riportano in totale 50-60 esemplari, ma parliamo di stime, non di numeri effettivi.

Di cosa di nutre l’orso e come si comporta con i centri abitati…

L’orso è notoriamente definito onnivoro, in pratica mangia quasi tutto! In linea di massima, l’apporto proteico è ricercato soprattutto nei periodi primaverili, quando si devono recuperare le energie post letargo e ancora di più in autunno, periodo di iperfagia, per costituire le riserve di grasso in vista della stasi invernale.

Ovviamente possono esserci eccezioni dovute a vari fattori, legati all’individuo o all’ambiente. Per il resto l’alimentazione è prevalentemente vegetariana, con ampia varietà di erbe e frutti. Mi chiedi dei rapporti con i centri abitati? Questa è un po la nota dolente degli ultimi anni. Anche qui molto dipende dalla “personalità” dell’individuo, dall’educazione materna che ha avuto e dalle sue pregresse esperienze con l’uomo.

Se non lo percepisce più come un pericolo può accadere che perda parte della sua ritrosia ad avvicinarsi agli umani e approfitti delle opportunità di reperire cibo facile in termini di rifiuti, orti e pollai presso i centri abitati. Considera che i paesi di cui parliamo sono comunque inseriti in contesti di continuità ambientale con le zone propriamente naturali, pertanto un normale scambio di “informazioni” tra i due ambienti non è che sia così remoto per un animale girovago e dall’ampio home range come l’orso bruno I video di orsi marsicani all’interno dei paesi ormai con la diffusione dei cellulari e dei social è frequentissima.

C’è da precisare che, al momento, il fenomeno è circoscritto ad alcuni ben individuati esemplari nei confronti dei quali si applicano i protocolli di intervento (dissuasione) stabiliti dagli esperti.

Alcune storie di orsi famosi…

Per anni gli orsi marsicani hanno vissuto le loro vite in maniera abbastanza anonima, preoccupati di evitare, per quanto possibile, l’unico vero storico nemico. Sempre si sono verificati danni alle colture o agli allevamenti, ma di norma erano episodi sporadici, con animali che in genere tendevano a ritornare negli ambienti a loro più consoni, per cui non diventavano famosi in questo senso.

Poi, negli anni 90, è iniziato il fenomeno dei cosiddetti orsi confidenti, quando anche non problematici. I singoli orsi hanno iniziato a prendere una connotazione più definita, gli sono stati attribuiti dei nomi “umani” e ne sono state divulgate in ogni modo le gesta, anche attraverso i media nazionali, rendendoli così “famosi”.

Si pensi alla capostipite “Yoga” e alle sue passeggiate in Camosciara in piena stagione turistica o a “Gemma” e prole, con le loro incursioni notturne tra i vicoli di Scanno.. sino ad “Amarena” ed alla sua eccezionale cucciolata di quattro piccoli, che nel 2020 hanno attratto centinaia di curiosi per osservarli nei paesi dove stazionavano. Questi possiamo davvero definirli famosi.

Personalmente queste situazioni non mi entusiasmano, ma è un parere personale, ininfluente, aspetto di saperne di più da chi è del mestiere.

Il gene della docilità, come ci si deve comportare se per caso si incontra un orso?

Per quanto ne so, prendila come considerazione personale, ritengo plausibile che una certa selezione avvenuta nel tempo, che ha inciso su una popolazione che da molto tempo è attestata su effettivi molto bassi e tesa ad eliminare gli individui più visibili ovvero più “dannosi” dal punto di vista delle comunità locali, abbia portato a far prevalere una certa dominate caratteriale negli orsi marsicani superstiti che li rende più timidi, quindi tolleranti e, dati alla mano, non aggressivi per l’uomo.

Anche storicamente, casi di aggressioni all’uomo documentate, afferiscono a contesti di caccia, con animali feriti, insomma situazioni particolari. Questo sembrerebbe un dato acclarato. Detto questo però deve sempre considerarsi che trattasi di un animale selvatico con le sue potenzialità fisiche non indifferenti e non va sottovalutato. Questo soprattutto negli ultimi periodi, con l’aumento di frequentazioni nei contesti abitati, dove i confronti diretti con l’uomo sono molto ravvicinati.

Nell’ambiente naturale invece, mi riferisco al marsicano, in caso di incontri fortuiti ravvicinati ad esempio sul sentiero va tenuto un comportamento di calma, vanno evitate reazioni quali urla o lancio di oggetti e cercare subito di allontanarsi, senza correre e senza dare le spalle all’orso, lasciandogli subito spazio di movimento sul sentiero. Quasi certamente queste accortezze saranno sufficienti affinchè l’animale si allontani tranquillo, senza problemi.

Maggiori accortezze vanno assunte in caso di incontro, sempre che questo sia fortuito, di un’orsa con i piccoli: mai interporsi tra la femmina ed i piccoli, allontanarsi sempre lentamente e anche qui lasciare subito una via di fuga alla famiglia. Mai, in nessun caso, provare a seguirli.

Specifico incontri fortuiti, perché di avvicinamenti deliberati, ovvero volontariamente “verso” l’orso, compresi inseguimenti con le auto, tanto di moda, non mi sentirei di dare consigli, o meglio consiglio di evitarli!

Comunque i tecnici dell’Ente Parco su questo argomento stanno organizzando già da diversi anni incontri con le comunità locali, proprio per fornire indicazioni in tal senso nell’ottica di una pacifica “convivenza”.

Cosa hai provato nell’incontrali e nell’osservarli (se ti è capitato) o nel camminare nel loro territorio?

Ho avuto negli anni numerose occasioni di incontro con l’orso marsicano in ambiente naturale. Si è trattato sempre di incontri occasionali, lungo i sentieri che percorro in genere da solo, mai avuto problemi di alcun tipo. In diverse occasioni li ho visti durante degli appostamenti mirati.

Curo un minuzioso diario degli avvistamenti, sempre aggiornato. Per me ogni avvistamento è prezioso, ne sono geloso e li considero una specie di dono. L’emozione è sempre tanta e invariata.

Che futuro può avere una specie con soli 50 esemplari?

Anche a questa domanda ti rispondo con considerazioni personali, la risposta (forse) ce l’hanno gli studiosi. Il numero è estremamente basso, la variabilità genetica ridotta al minimo, al limite della sostenibilità a lungo termine. Ovvio sia necessario un aumento demografico e questo lo si ottiene solo consentendo un ampliamento di areale, perché nella core area ormai sembra si sia raggiunta una densità ottimale oltre la quale non si va.

Tuttavia, al di fuori del Parco, non so quante possibilità di insediamento stabile possano esserci. Probabilmente qualche buona speranza c’è per la popolazione della Maiella, in continuità ecologica con il PNALM. Per il resto le politiche gestionali delle aree cosiddette protette, che rientrano nell’areale di idoneità ambientale per la specie, non mi pare diano molte garanzie. Ripeto, è un parere personale.

Troppe perdite di esemplari ogni anno, comprese quelle delle quali non si viene a conoscenza, troppa frammentazione degli habitat, troppi interessi economici (impianti di risalita, parchi eolici o solari, progetti di nuova viabilità..) che mal si conciliano con le necessarie restrizioni protezionistiche serie che andrebbero applicate sulle ultime aree integre dell’Appennino.

Insomma, avere l’orso bruno marsicano è un lusso, sarà da vedere quale delle due priorità sarà a prevalere. Chiaramente spero di essere smentito e che l’orso possa espandersi in salute e di essere ancora sul campo! Grazie dell’intervista.

Grazie a te, Marco, per la pazienza e per aver condiviso con noi queste bellissime storie. Buon fototrappolaggio!

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