Intervista a Duccio Berzi sul fototrappolaggio naturalistico

La storia di Duccio Berzi

Ciao Duccio piacere di conoscerti e benvenuto! Iniziamo con le presentazioni:

Mi chiamo Duccio Berzi, ho 50 anni, una Laurea in Scienze Forestali e un Master in conservazione della fauna, mi occupo di fauna ed in particolare lupi dai primi anni ’90 per lavoro, ma fin da bambino per passione.

Da quanto tempo ti occupi di fototrappolaggio?

Primi tentativi fallimentari intorno al 1992, poi dal 2000 è diventata una passione e un importantissimo supporto per la mia attività di ricerca scientifica e professionale.

Che cos’è il fototrappolaggio per te?

Il fototrappolaggio nasce dalla frustrazione. Dal percorrere centinaia di km a piedi e migliaia di ore insonni senza vedere la nostra specie totemica. E’ quindi un importante supporto psicologico, al pari di un farmaco, per chi si occupa di particolari specie “criptiche”. Poi per qualcuno è uno sport, per altri un passatempo, per molti uno strumento per acchiappare like sui social o fare colpo sull’altro sesso. Ma in realtà è uno degli strumenti più importanti per la ricerca documentativa e scientifica sulla fauna selvatica.

Qual’è stata la tua prima fototrappola? Come l’hai costruita e cosa ha ripreso? Dove era piazzata?

I primi “prototipi” sono del 1992 quando utilizzavo una reflex Nikon 801 e un flash SB24 con un sistema a scatto autocostruito a pedana. Come tutti i neofiti cercai di attrarre gli animali sulla “trappola” con esche alimentari (chiaramente invano). Dopo questi tentativi si passò ai classici sensori a “barriera attiva” sempre su reflex, montata la sera e ripresa la mattina….

Solo dopo qualche anno di frustrazione si capì che la soluzione erano le fotocamere compatte, tipo la Olympus AF1S e la Yashika T4, impermeabili, che riuscivano a mantenersi in standby pronte a scattare con flash carico, per settimane. Per proteggerle dalla pioggia si utilizzava un sottovaso da geranio, rivoltato. per evitare la condensa sulla lente frontale, ci si strofinava una patata.

La svolta fu poi trovare una alternativa al sensore a barriera attiva, il PIR. Ricordo che lo scoprii casualmente su un giornalino di DMail una catena di negozi che vendeva gadget elettronici. Un foro sul case della fototrappola ed una saldatura sul pulsante elettromagnetico di scatto assicuravano il contatto tra il sensore e la fotocamera. Da li (compatta + PIR) fu tutto in discesa. In sostanza con l’amico Gianluca Serra inventammo le antesignane delle moderne fototrappole, visto che i pochi prodotti in vendita (esempio le americane Trailmaster) erano ancora attivate da obsoleti sensori a barriera attiva.

La prima fototrappola artigianale realizzata in Italia

Iniziammo quindi ad utilizzarle (1999) con Gianluca Serra, uno dei più brillanti biologi della conservazione che abbiamo in Italia, nei boschi dell’Appennino e con Claudio Groff, responsabile settore grandi carnivori della Provincia Autonoma di Trento, sulle Dolomiti.

Questa la prima foto di lupo scattata con forotrappola, in Italia e non solo.  Dicembre 1999. Duccio Berzi e Gianluca Serra, con il supporto logistico di Alessandro Bottacci.

A questo gruppo si è poi unito Francesco Rovero, che grazie alle fototrappole riuscì nel 2008 a documentare una nuova specie di mammifero nelle foreste della Tanzania.
Francesco ha poi fatto compiere grandi progressi alla tecnica sotto il profilo metodologico, diventando nel tempo un punto di riferimento a livello internazionale.

Nell’aprile del 2002 presentammo un lavoro scientifico ad un Convegno organizzato dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi a S.Sofia, che puntava ad evidenziare le potenzialità del metodo nel contesto faunistico Italiano. Ricordo che la platea rimase basita dalle foto di lupi ed orsi, che allora erano una rarità assoluta. Ma, incredibile a dirsi, alcuni dei massimi esperti di lupo del panorama italiano bollarono la tecnica come una attività meramente ludica non meritevole di attenzione. Molti ricercatori, per molti anni, si sono rifiutati di utilizzare le fototrappole. Alcuni di questi hanno continuato a seguire ibridi e cani vaganti dalle tracce e dagli escrementi, convinti che fossero lupi.

Come era fototrappolare 20 anni fa?

Fototrappolare in analogico, con strumenti autocostruiti, da pionieri era una vera e propria droga. Non dormivamo la notte all’idea di quello che poteva succedere nel bosco. Le difficoltà erano enormi: dai guasti tecnici alla limitata autonomia delle batterie, ma soprattutto il problema del numero di scatti…. massimo 36 che finivano subito qualunque creatura indugiava per qualche minuto davanti alla fototrappola.

Una volta con Gianluca arrivammo a modificare un sentiero del CAI, creammo una “variante” per fare in modo che gli escursionisti non passassero sul sentiero “dei lupi” dove era posizionato la fototrappola. 

Ed i 3-4 giorni per lo sviluppo della pellicola… che ansia. Ma come per qualunque attività, massima difficoltà massima soddisfazione.

Ricordo il primo scatto di lupo… fu come vincere all’Enalotto. E quello di Orso…. Claudio mi telefonò con la voce che gli tremava!

Prima foto di Orso in trentino di Claudio Groff. Uno degli ultimi animali superstiti, ripreso prima della liberazione degli orsi sloveni. Animale evidentemente cieco, da lì il soprannome “Guercio”

Come si integra nel tuo lavoro di ricerca e monitoraggio/censimenti?

Le fototrappole sono ormai uno strumento insostituibile, ad esempio nei progetti di validazione di opere di prevenzione, piuttosto che nei progetti di cattura di animali selvatici per finalità scientifiche, ma anche per valutare corridoi ecologici o monitorare l’impatto delle grandi opere.

Dove hai svolto il fototrappolaggio in questi anni? 

Un pò in tutta Italia, siamo stati i  primi ad esempio con Alessandro Asprea a utilizzare le fototrappole in uno degli scrigni di natura più importanti del nostro paese, il Parco Nazionale d’Abruzzo.

Per quali attività di monitoraggio/censimento è stato fondamentale?

Per quanto riguarda i lupi il fototrapolaggio serve per molte cose, dall’accertamento di presenza/assenza, stima della popolazione, presenza di individui potenzialmente ibridi, animali affetti da particolari patologie… ma anche per ottenere stime di abbondanza, validare opere di prevenzione, verificare il funzionamento di strumenti di cattura. Insomma, di tutto.

Fototrappolaggio e fotografia naturalistica quanto sono complementari nel lavoro di monitoraggio/censimento?

Due strumenti, approcci, target molto diversi. Sicuramente molto più prolifico e spendibile scientificamente il fototrappolaggio, anche se ancora le potenzialità scientifiche sono sfruttate marginalmente.

Quali fototrappole hai usato e quale consigli?

Praticamente tutte. Le mie preferite rimangono le vecchie Cuddeback Capture per quanto riguarda le foto a colori, le mitiche Scout Guard 550, le “ovetto”,  per le riprese in IR. Ora uso con soddisfazione molti modelli cinesi economici “da battaglia” per l’attività di monitoraggio e strumenti più performanti come le Bushnell e le Browning dove il rischio furti è minore e dove è richiesta qualità. Ho un piccolo museo delle fototrappole, con le prime analogiche autocostruite, la prima digitale acquistata (oltre 1 milione di lire per 1 megapixel e 5 secondi di trigger time).

Hai dei consigli per un novizio? Dove farlo, come farlo?

Il consiglio è di farlo con criterio e consapevolezza degli aspetti normativi ed etici. Non è uno sport! Si rischia la denuncia!

Qual’è l’animale che è stato più difficile da riprendere?

Tra i mammiferi italiani comunemente presenti in Appennino, sicuramente la donnola.

E quello che ti ha dato più soddisfazioni?

Senza dubbio il lupo, lo abbiamo documentato mentre preda, mentre alleva i cuccioli, mentre si spartisce la preda, mentre gioca, mentre ulula…. il fototrappolaggio ci ha permesso di documentare cose insospettabili, ad esempio che esiste una competizione con il cinghiale sulle carcasse di animali predati. Cinghiali adulti che aspettano che il lupo catturi un ungulato per sottrarglielo e consumarlo. Con Stefano Focardi e colleghi del ISC- CNR di Firenze abbiamo pubblicato su una delle più prestigiose riviste internazionali sul fenomeno del kleptoparassitismo tra lupo e cinghiale, mai documentato prima.

Per un fototrappolaggio etico e non invasivo che attenzioni bisogna avere?

Conoscenza, sensibilità rispetto verso la Natura, capire quando la nostra attività crea disturbo od alteri gli equilibri naturali. Rivolgersi da subito a chi si occupa per professione di questa attività e agli enti preposti (Regioni, Parchi, Università)  e coordinarsi. Solo così il dato diventa utile e contribuiamo alla conoscenza e difesa del nostro patrimonio faunistico.

Grazie mille Duccio per questa bellissima intervista. Buon lavoro!

Consiglio a tutti di seguire Duccio e le attività dell’associazione Onlus Canis Lupus Italia.

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