Foto di Roberta Marchi Cervo con palco enorme che bramisce

Roberta Marchi, la fotografia come arte e conoscenza

Tabella dei Contenuti

Ciao Roberta piacere di conoscerti e benvenuta! Iniziamo con le presentazioni:

Sono una appassionata di natura, da sempre. Di natura e arte. E mi muove in grande senso di comprensione, curiosità e piacere nel mettermi in gioco. Per lavoro mi occupo di servizi aziendali; project management organizzativo, IT, e comunicazione. Sono inoltre sociologa e psicologa, soprattutto area lavoro.

Da quanto tempo ti occupi di fotografia naturalistica?

La domanda esatta sarebbe da quanto tempo ti interessi di natura. Da sempre. Ho sempre avuto un’attrazione particolare per la natura. Credo che tutti l’abbiamo, ma c’è chi ne è più sensibile. Mi piace osservarla, comprenderla e studiarla. E ho sempre cercato di mantenerne un rapporto oggettivo.

Faccio foto naturalistiche da un pò di anni, e oltre all’aspetto artistico, è fondamentale per me l’aspetto conoscitivo e osservativo. Ci sono persone che imparano di più con la pratica, seppur importante aver cultura.

La natura poi, e in particolare la fauna selvatica , ti porta alla semplicità dell’essere; azione e reazione, stimolo risposta, senza condizionamenti. Pericolo fuga, cibo opportunità, nascita protezione, tranquillità fiducia, ogni volta una gerarchia, un relativismo, e una rapidità di risposta, adeguata a quel momento, semplice e reversibile con la realtà reale, concreta. Intus legere.

E’ una intelligenza biologica, ma di base funzionale. Noi possiamo evolverla. Ma non cambiarla.

Ho visto animali godersi il sole, la luce; ricordo un’alba in cui ammiravo le cime imbiancate del crinale 00 toccate dal raggio di sole trasversale che le indorava, e mi sono accorta con stupore che c’era un gruppo di cerve, e una in particolare è rimasta per diverso tempo con lo sguardo verso queste cime e questa luce. Io ero sopra di lei; era semplicemente protesa a quel momento. Anche il piacere ha sue logiche.

Hai mai pensato di fare anche fototrappolaggio?

Si, mi incuriosisce. Non ne sono esperta, e credo, vedendo i risultati di alcuni, che offra importanti spunti conoscitivi e anche artistici. Mi frena un pò l’assenza.

Mi spiego: per me l’incontro con il selvatico è presenza, incontro appunto. Vivere e sentire quel momento, e attraverso esso, crescere. Per cui mi mancherebbe questo momento. E la foto amo farla io. Il fototrappolaggio penso che possa essere, per me, una aggiunta. Va detto che oggi come oggi molti si avvicinano alla fotografia naturalistica in modo inesperto, e fanno confusione, se non danno. Si nota molto bene se un’animale è stato disturbato.

Sono fermamente convinta che la fotografia naturalistica abbia come premesse la conoscenza, la reale passione, e il rispetto. E’ un equilibrio di conoscenza e rapporto con l’animale. Poi arrivano le foto. E l’ho imparato sulla mia pelle. Non son i like o il voler far vedere. Nemmeno la competizione.

Alla fine è qualcosa per se stessi, che inevitabilmente poi condividi. Ed è la natura che ti impone questo, se sei in vero naturalista. C’è poi il fatto che il fototrappolaggio naturalistico deve essere fatto con regole ed etica, anche qui molti improvvisano e vedo un proliferare incontrollato, senza segnalazioni magari per paura dei furti. Ma bisogna preservare il senso di libertà … almeno nel bosco.

Come si diventa un fotografo naturalista?

Passione, studio della fauna e dell’ambiente, rispetto, conoscenze tecniche. Ma c’è anche qualcosa dentro che muove. Perché vedi, è anche faticoso.
Tantissimi anni fa in immersione un amico mi allungò una macchina compatta scafandrata, mi fece cenno di provare. Non gliela resituii… (sorride). La tenni per tutta l’immersione, fu una folgorazione. Mi scusai, glielo dissi, sorrise. Chissà se aveva capito cos’era successo.

Come ti approcci alla fotografia e ai selvatici?

Ho imparato a vedere cosa mi permettono loro. Spesso, anche in appostamento, dopo un pò loro sanno che ci sei. E quindi è anche un lavoro su se stessi, non solo di tecnica fotografica, ma di saper stare in interazione, di saper quando è il momento o no, di conoscerli davvero da dentro. In certi momenti di “essere loro”.

C’è un’etica nella natura e nelle relazioni che va imparata.

La fotografia è arte, e documentazione; possono essere separate ma che unite. Alla fine a volte non è nemmeno importante fotografare, non sempre ovviamente ahahah (ride).

Qual’è l’animale selvatico che è stato più difficile da fotografare?

Tutti e nessuno. Dipende come lo vuoi fotografare. Il capriolo credo sia difficile, farlo in un certo modo, cogliere la sua fiducia, dolcezza, diffidenza e selvaticità.

E quello che ti ha dato più soddisfazioni?

Ma tutti alla fine, certamente i cervi, ma perché li amo e li frequento in particolare, li studio, li osservo. Ma ancora di più il lupo. Incredibile quando decide, perché è lui che decide. E poi il gatto selvatico, quello si che è stato una meraviglia inaspettata.

Riguardo ai cervi com’è nata questa grande passione?

Bella domanda. Da incontri iniziali in bosco. Mi colpì. Io faccio trekking, sono accompagnatore escursionistico, e mi capitò di vedere dei selvatici. Il cervo ha una regalità senza pari. E una selvaticità particolare. Credo ci siano assonanze tra noi e gli animali. Poi ho frequentato persone che hanno questa passione, è stato un periodo di condivisione, di sfida, di cameratismo…di scambi fotografici interessanti.

Poi ho scoperto che proprio mi piacevano. Cioè mi piace vederli, e soprattutto frequentali in ambiente. Fanno elan vital, come i selvatici in generale, ma loro di più. Probabilmente è un fattore soggettivo. E nel tempo li ho imparati (se mi passi il termine), cioè un animale, una specie, lo conosci da dentro.

Come hai visto cambiare il PNFC in questi anni?

Il Parco delle Foreste Casentinesi è fantastico. Oltre alla fauna ha dei luoghi davvero privilegiati, angoli che hanno un genius loci particolare. Posti che sono assolutamente selvatici e altri che profumano di vissuto. Ha una ricchezza incredibile. E ci lavorano persona appassionate. E c’è ancora una buona possibilità di libera fruizione equilibrata, spero si mantenga cosi. Credo che meriterebbe di più. Innanzitutto come recupero di beni architettonici e storici; piange il cuore vederli cadere.

Secondo, come mantenimento e recupero di aree aperte e verdi; qui i forestali mi sgrideranno, ma ritengo che l’equilibrio sia una parola importante.

Il parco delle Foreste Casentinesi ha una grandissima area forestale e boscata; gli spazi verdi aperti servono alla fauna, e preserverebbero quella storia che ancora si respira, di persone che con fatica hanno dissodato e hanno vissuto grazie a quegli spazi liberati. Credo che diano anche modo ad una maggiore fruibilità turistica.

Poi dovrebbero esserci più strutture ricettive; qui il tema diventa importante, perché se da un lato si chiama il turismo di massa, dall’altro occorre comunque promuovere un turismo consapevole, rispettoso della natura, soprattutto in certi momenti riproduttivi e di nascite, e della qualità degli ambienti. A quel punto si creerebbe un volano per artigianato e prodotti tipici, che fanno bene e salvano dalla scomparsa antichi saperi, sapori e tradizioni.

Le tradizioni hanno qualcosa che ci appartiene, della nostra terra. Ma credo stia maturando una consapevolezza in tale senso. Siamo natura, e siamo attratti dalla natura, soprattutto ora che ci rendiamo contro che tecnologia e macchine, seppur importanti e fondamentali, rischiano di travalicare il loro ruolo di servizio all’uomo e di assumere un ruolo condizionante. Per quanti riguarda la fauna ho visto dei mutamenti di numeri e di zone. Credo che l’impatto antropico abbia il suo effetto, soprattutto se mordi e fuggi e se non c’è cultura e consapevolezza.

I selvatici altrimenti si abituano tranquillamente alla presenza dell’uomo, se è più o meno stabile. E questo è affascinante, e ci dice molto.

Dall’istituzione della Riserva Integrale fatta da Clauser al Riconoscimento dell’Unesco, quanto è cambiato il Parco?

Diciamo che è maturato. E il riconoscimento Unesco è stato un coronamento del lavoro fatto da Clauser, persona incredibile, centrata per la sua epoca, e invito tutti a leggere il suo libro “Romanzo Forestale”.

Peccato non ci sia più il Corpo Forestale. Non ne voglio fare una disquisizione politica, lungi da me. Ma ho sempre creduto nelle competenze e nelle passioni; competenze non improvvisate, soprattutto in ambito professionale. Sono due cose che quando sono abbinate non ce n’è per nessuno. Se poi c’è la giusta forma mentis, che in parte da esse dipende, si ottengono i veri risultati, sociali, economici, gestionali e di benessere dell’ambiente.

Sulle Spalle dei Giganti: com’è nato questo libro e cosa racconta?

E’ nato come libro strenna di Natale della Fondazione Cassa di Risparmio di Forli e Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena, e da una idea di alcune persone che hanno individuato nel Parco un soggetto privilegiato per questa pubblicazione. Una bellissima idea.

Il libro è curato da Nevio Agostini, Genny Cangini, Franco Locatelli, Paolo Rambelli; quest’ultimo davvero attento appassionato del Parco. Genny sta scoprendo la fotografia in natura. Agostini e Locatelli li conosciamo e anche la loro passione. Il libro voleva trasmettere un po’ l’anima del Parco, almeno io la vedo cosi.

A Forli e Cesena il Parco è molto sentito. Certamente le fotografie sono un buon tramite, soprattutto se fatte da persone che lo amano e lo frequentano. Sono stata onorata di farne parte e di poter intervenire ad una delle serate di presentazione.

Grazie mille Roberta per questa bella intervista, consiglio a tutti di seguire i canali social di Roberta: FacebookInstagram.

Grazie per la lettura e buon fototrappolaggio a tutti!

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